Come previsto dall’ultimo bando 2014/2016, gli enti locali hanno l’obbligo di presentare un piano finanziario che deve essere approvato da una commissione formata da rappresentanti di enti locali (Comuni, Province e Regioni), del ministero dell’Interno e dell’Unhcr. Le spese di gestione per migrante, valutate in media intorno ai 35 euro pro capite pro die, possono subire delle variazioni da regione a regione, secondo il costo della vita locale e dell’affitto delle strutture. Una piccola quota copre anche i progetti di inserimento lavorativo.


Ai richiedenti asilo viene corrisposto direttamente il cosiddetto pocket money (pari a 2,5 euro giornaliere), utilizzato per le piccole spese quotidiane. Soldi che restano nei Comuni e tornano sul territorio, spiega Daniela Di Capua, direttrice del servizio centrale Sprar, intervistata da Internazionale:



«Una parte – continua la direttrice – è spesa per l’alloggio e per il mantenimento delle strutture, che alcune volte sono di proprietà dei comuni e vengono ristrutturate e altre volte sono prese in affitto da privati della zona. Infine, una parte serve a pagare i fornitori, da quelli di generi alimentari alle farmacie fino alle cartolerie».


Inoltre, aggiunge Di Capua, «nel caso dello Sprar sono 400 circa i comuni direttamente coinvolti nei progetti, ma secondo i nostri calcoli a beneficiarne sono almeno il triplo, cioè oltre mille. Questo perché spesso gli enti territoriali fanno accordi con comuni limitrofi per gestire meglio l’accoglienza. Stiamo portando avanti un monitoraggio proprio su questo e dai primi risultati emerge che il flusso finanziario ha un impatto positivo su un territorio ampio».